2017/11/05

Visita al World Trade Center

di Hammer

Ero arrivato a New York la sera prima e avevo incontrato per cena uno dei soccorritori che ho intervistato in questi anni. A cena con noi c'era anche un suo amico e collega che lavora come ospite esterno presso gli uffici della FEMA al World Trade Center. Gli ho chiesto se poteva farmi entrare nella torre, mi ha risposto positivamente, ma avrebbe dovuto comunicare la mia presenza all'agenzia che si occupa della sicurezza al WTC il giorno prima, cioè in quello stesso momento. Lo ha fatto e ha ottenuto l'approvazione in pochi minuti, così la mattina del 27 ottobre, molto presto, ho potuto entrare nel nuovo One World Trade Center.

Siamo passati attraverso l'imponente struttura chiamata Oculus, disegnata dall'architetto spagnolo Santiago Calatrava, che, da quanto mi hanno raccontato, ogni 11/9 alle 8:46 (orario dello schianto del volo American Airlines 11) si oscura completamente senza lasciare entrare la luce solare. Attraverso Oculus si accede al centro commerciale sotterraneo che si sviluppa per due piani interrati e da cui si arriva alla lobby del One World Trade Center, dove le guardie mi hanno chiesto il passaporto (la carta d'identità non è stata sufficiente) per ricevere il badge che mi autorizzava ai soli piani 52 e 64, dove si trovano gli uffici della FEMA. Sono passato attraverso il metal detector e poi finalmente sono arrivato all'ascensore.

La vista dalle finestre della torre è strabiliante: si vede la città con i suoi simboli più riconoscibili come l'Empire State Building e il Chrysler Building, si vedono il fiume Hudson e il World Financial Center, si vede lo stato del New Jersey e da lassù la Statua della Libertà sembra piccola come un giocattolo.

Non ero mai stato nelle Torri Gemelle (le ho solo viste dal battello), ma dalle foto mi sembra che gli uffici non fossero così luminosi come quelli dell'attuale prodigioso edificio a base quadrata, che diventa un ottagono salendo, per poi tornare ad essere un quadrato in cima ruotato di 45 gradi rispetto a quello di base.

Terminata la visita sono ridisceso nella Plaza, che rispetto alla mia ultima visita di tre anni fa è molto migliorata. I due cantieri che stanno costruendo gli edifici 2 e 5 non impediscono alla piazza di essere un luogo pieno di attività, dove la gente passeggia, si incontra o si siede a riposare.

Poco dopo ho incontrato un sopravvissuto che intervistai qualche anno fa e che è anche una guida al 9/11 Memorial Museum ma che quella mattina era in visita privata e quindi ha potuto fare a me da guida personale. Prima di entrare al museo mi ha spiegato che le due fontane che occupano il posto delle Torri Gemelle sono leggermente più piccole dei compianti edifici e che il perimetro delle torri è oggi occupato dagli alberi che circondano le fontane stesse.

La struttura esterna delle fontane su cui sono incisi i nomi delle vittime è riscaldata in modo che non geli d'inverno e che non venga coperta dalla neve. Nei nomi delle persone vengono infilati quotidianamente dei fiori bianchi nei giorni dei loro compleanni, con una media di otto al giorno. Nella Plaza è piantato anche l'unico albero sopravvissuto all'11/9, i cui semi verranno ripiantati in modo che non muoia mai.

Dopo il giro nella Plaza siamo scesi nel museo, che rispetto a tre anni fa è stato completato con alcuni reperti che all'epoca mancavano, come l'unico pannello di vetro intatto recuperato da Ground Zero (immagine a destra), un mattone del compound di Abbottabad dove si nascondeva Osama bin Laden e la casacca indossata da uno dei Navy SEALs che condussero la missione che uccise il terrorista saudita.

Il memoriale offre un toccante e tuttora doloroso ricordo di quell'incredibile tragedia, ma anche dell'eroismo dei soccorritori e della lotta e della speranza per la rinascita e la ricostruzione. Il museo tratta anche in dettaglio la storia di al Qaeda e di come gli inquirenti abbiano identificato i responsabili dell'attacco.

Tra i vari reperti conservati al museo si trova anche una rampa di scale di una delle Torri Gemelle (immagine sotto), che già alla vista appare da subito molto stretta; si può chiaramente intuire quale fatica abbiano sopportato i pompieri nel salire carichi del loro equipaggiamento mentre la folla scendeva in cerca di salvezza.

L'allargamento delle scale, mi ha spiegato la mia guida personale, è solo una delle tante migliorie di sicurezza introdotte nelle nuove strutture; tra queste vi è anche il fatto che i primi 19 piani alla base della torre sono di cemento e non abitabili (nelle Torri Gemelle erano solo 5) per resistere a nuove eventuali esplosioni nei piani bassi.

Dopo essere uscito dal museo e prima di allontanarmi dalla Plaza ho rivisto anche The Sphere, il monumento che era al centro del complesso prima dell'11/9 (di cui abbiamo raccontato la storia in passato), che solo due mesi fa è stata spostata da Battery Park (alla punta meridionale di Manhattan) a Liberty Park, che si trova proprio accanto al World Trade Center.

Sono tornato nella Plaza nel tardo pomeriggio per incontrare un altro soccorritore con cui avevo appuntamento per cena. Anche lui è una guida al museo e mi ha raccontato altri dettagli, come il fatto che le sorgenti d'acqua che formano le fontane sono nello stesso numero delle vittime delle torri e che le fontane non hanno angoli di novanta gradi (ai vertici del quadrato ci sono lati più corti) in modo che ci si possa avvicinare anche in carrozzina. In ultimo mi ha fatto vedere la copertina dei manuali dei corsi antiterrorismo che i pompieri devono frequentare: prima dell'11/9 vi era l'immagine del WTC con un mirino puntato, dopo solo uno sfondo bianco.


Fortunatamente ancora una volta ho notato che i complottisti sono spariti. Non ci sono al World Trade Center né in nessuna altra zona della metropoli. Anche i banchetti di venditori ambulanti che nelle zone periferiche dei five boroughs vendono le cose più strane del mondo, tra cui DVD su ogni teoria del complotto immaginabile, non hanno quelli sull'11/9. Nemmeno chiedendoli, non li vendono proprio.

Al mio terzo viaggio a New York dopo l'11/9 posso constatare che la prima volta, nel 2008, regnava ancora il dolore, la seconda volta si respirava la speranza e la voglia di rinascere, mentre oggi la vita è tornata a colmare questa città, che è tra le più importanti al mondo.

2017/10/16

Le teorie del complotto sull'attentato alla maratona di Boston - prima parte

di Hammer. Alcune foto particolarmente impressionanti non sono state inserite nell'articolo, ma caricate altrove e qui solo linkate. I lettori possono aprire i link a loro discrezione.

Il 15 aprile del 2013 due ordigni esplosivi realizzati con pentole a pressione, chiodi, pezzi di ferro e sfere metalliche esplosero a distanza di dodici secondi vicino alla linea del traguardo della maratona di Boston, gara podistica organizzata annualmente in occasione del Patriot's Day. I perpetratori dell'attacco furono i fratelli Tamerlan e Džochar Tsarnaev, il primo dei quali fu ucciso dalla polizia quattro giorni dopo l'attentato, mentre il secondo è attualmente detenuto ed è stato condannato alla pena capitale nel 2015.

Nonostante le indagini abbiano individuato i responsabili, in rete sono nate numerose teorie del complotto secondo cui l'attentato sarebbe un inside job, come accade in occasione di tutti gli attentati di matrice islamica in Europa o in America. Queste teorie non reggono a un minimo di analisi critica e spiegare che si tratta di menzogne fantasiose e infondate dimostra ciò che i complottisti vorrebbero negare: cioè che il terrorismo islamico esiste e colpisce veramente. Non sono i governi a compiere questi atti, ma le organizzazioni terroristiche; lo hanno fatto a New York, Washington e Shanksville nel 2001, a Boston nel 2013 e molte altre volte in vari luoghi del mondo.

Le teorie alternative sull'attentato di Boston vogliono che cinque delle persone coinvolte nella strage siano in realtà attori il cui scopo era quello di far apparire i danni causati dagli esplosivi maggiori di quanto siano stati in realtà. Le cinque persone indicate dal complottisti sono il soccorritore Carlos Arrendono e i feriti Jeff Bauman, Christian Williams (chiamato dai complottisti hoody guy [sic], per via della felpa con cappuccio che indossava il giorno dell'attentato), Redcoat (così soprannominata per via del giubbotto rosso che indossava) e Nicole Gross.

Nella prima foto da sinistra, stesi a terra, Redcoat e Christian Williams; nella foto centrale, Carlos Arredondo e Jeff Bauman; nella terza foto, Nicole Gross.

Le teorie complottiste si sono sviluppate da analisi effettuate in parte sulle foto pubblicate dal fotografo Benjamin Thorndike (le cui versioni originali sono disponibili a questo indirizzo) e su altre riportate da varie testate online.

Nella prima delle foto proposte dai complottisti (riportata di seguito, l'evidenziazione è nostra), questi sostengono che hoody guy appena dopo l'esplosione indossi gli occhiali da sole per nascondere la propria identità. Va anzitutto considerato che l'identità dell'uomo è ben nota: si tratta come già detto di Christian Williams, circostanza che i complottisti non sono stati in grado di verificare nonostante basti una semplice ricerca con Google e nonostante l'identità dell'uomo sia nota già dal 2013.


Inoltre non è per nulla strano che Williams abbia indossato gli occhiali dopo l'esplosione, in primo luogo per proteggersi gli occhi da oggetti proiettati dall'esplosione stessa, in secondo luogo per avere le mani libere e potersi divincolare dal groviglio di corpi in cui si trova. In ultimo, se Williams avesse voluto nascondere la propria identità avrebbe indossato gli occhiali prima dell'esplosione e non dopo, quando fotografi e passanti stavano scattando foto dell'evento drammatico.

Analizzando le foto successive i complottisti passano a sostenere che Williams e Redcoat sembrano stranamente poco sporchi del sangue di Bauman, che ha appena perso entrambe le gambe nell'esplosione.


In realtà i complottisti ignorano un dettaglio molto evidente: ingrandendo l'immagine emerge chiaro che Redcoat si ritrova sull'addome brandelli della gamba di Bauman mutilato. Il dettaglio è visibile in questa immagine.

Per quanto riguarda la presenza di sangue sulla scena va precisato che Bauman, cioè la persona che verosimilmente ha perso più sangue, si trova sotto agli altri dopo l'esplosione. Infatti il suolo sotto di loro è coperto da copiose quantità di sangue, come si vede in alcune foto come questa o questa. Francamente l'obiezione dei complottisti in questo caso è incomprensibile.

Le fonti che sostengono la teoria del false flag sostengono anche che Williams non mostrerebbe particolari ferite nelle foto. In realtà dalle fotografie non si capisce chiaramente, ma Williams riportò notevoli danni a una mano, che risultò parzialmente scuoiata. Dalle stesse foto indicate dai complottisti, di cui riportiamo di seguito il dettaglio, si vede chiaramente che Williams tiene la mano sinistra sospesa, non appoggiandola da nessuna parte in una posizione estremamente innaturale per chiunque abbia una mano sana.


Inoltre, in seguito all'attentato Williams e la moglie avviarono una campagna di raccolta fondi per pagarsi le spese mediche; dalle foto pubblicate in tale occasione si vedono chiaramente i due ricoverati all'ospedale, i danni riportati alle gambe da entrambi e la mano bendata di Williams. Il fantomatico complotto deve quindi necessariamente includere anche lo staff dell'ospedale.

Come anticipato, anche il soccorritore Carlos Arredondo viene accusato dai complottisti di aver mentito e di essere anch'egli parte della recita. Il motivo per cui Arredondo viene accusato di falso è che non si sarebbe precipitato a soccorrere Bauman, come dichiarato in un'intervista, ma avrebbe perso tempo, in quanto nella foto precedente (di cui riportiamo di seguito un dettaglio) lo si vede vicino alla barriera che separa il marciapiede dalla carreggiata e altre foto (tra cui quella che segue a destra) lo mostrano poco dopo impegnato nell'atto di abbattere la medesima barriera. Premettiamo che questa teoria è completamente inconsistente; quand'anche Arredondo avesse perso tempo e dichiarato il falso, non si capisce come questo indicherebbe che lo stesso Arredondo sia una dei cospiratori.


Per capire meglio gli spostamenti di Arredondo, dobbiamo anzitutto considerare la scena dove è avvenuta l'esplosione. Come si vede dall'immagine seguente, che ritrae il momento della prima esplosione avvenuta tra i numeri civici 671 e 673 di Boylston Street, gli spalti si trovano nell'area a sinistra rispetto alla carreggiata principale dove si svolge la maratona, mentre la bomba è esplosa nella zona di destra dove il pubblico era libero di spostarsi a piedi.


Al momento dell'esplosione Arredondo si trovava sugli spalti (cioè a sinistra nella foto), e dopo la detonazione saltò la recinzione che li delimitava e attraversò rapidamente la strada arrivando alla barriera che delimitava l'area dove era stata posizionata la bomba.

Come mostrato in un'altra foto su cui si accaniscono i complottisti (di cui di seguito riportiamo il dettaglio ingrandito), una volta giunto nella zona dove era avvenuta l'esplosione Arredondo dapprima si fermò un attimo, probabilmente per capire dove il suo aiuto sarebbe stato maggiormente richiesto, e poi iniziò ad aiutare nella rimozione della barriera al fine di facilitare l'arrivo dei soccorsi e il trasporto dei feriti, operazioni che avrebbero dovuto svolgersi attraverso la strada principale dove fino a poco prima si stava svolgendo la maratona.


Riguardo alla foto che mostra Arredondo fermo vicino alla barriera, i complottisti sostengono che l'uomo indichi verso di sé con la mano destra, come se stesse ricevendo istruzioni su cosa avrebbe dovuto fare. In realtà dalla foto si vede che la mano di Arredondo non è chiusa a pugno e il suo indice non è teso verso di sé, Arredondo quindi non si sta indicando; di nuovo, però, va notato che la teoria complottista è completamente folle. I complottisti ci stanno dicendo che Arredondo è un cospiratore e che non sa cosa deve fare una volta arrivato nelle vicinanze dell'esplosione e che deve attendere indicazioni lì stesso. Inoltre abbattere la barriera non è una perdita di tempo, ma è parte stessa della sua operazione di soccorso; infatti una volta arrivato lì, la cosa più importante che Arredondo dovette fare fu facilitare l'accesso dei paramedici e del personale di soccorso.

I complottisti dedicano anche parte della loro fantasia a Jeff Bauman, che secondo loro non sarebbe rimasto ferito durante l'attentato ma sarebbe arrivato lì già senza le gambe per prendere parte alla recita. Le prove sarebbero, secondo i complottisti, che nelle immagini da loro analizzate il sangue sparso a terra sembra finto, che Bauman fu rimosso in carrozzina e non in barella, senza un lenzuolo o coperta che gli coprissero gli arti mutilati, e che durante il trasporto non perse sangue.

Anzittutto va sottolineato che tutte le foto di Bauman successive all'esplosione mostrano l'uomo con le tibie esposte. I complottisti stanno quindi sostenendo che Bauman, mutilato prima degli attentati, andasse in giro abitualmente con le tibie esposte. Inoltre l'asserzione secondo cui le macchie di sangue sembrerebbero innaturali è del tutto priva di senso. Ci sono molte foto che mostrano larghe pozze di sangue (alcune delle quali abbiamo già linkato in precedenza) e non ci vediamo nulla di sospetto.

Anche per quanto riguarda il trasporto di Bauman in carrozzina, non vediamo cosa ci sia di misterioso. Bauman era tra i feriti più gravi e la carrozzina si muove più velocemente di qualunque barella, che deve essere portata da due persone. Il motivo per cui l'uomo non sanguina, e per cui non è stato coperto, è più che ovvio: durante il trasporto Arredondo gli chiude con le dita l'arteria femorale per evitare che muoia dissanguato, come si vede chiaramente da foto come questa.

In ultimo, i complottisti si stupiscono che Bauman possa piegare il ginocchio. Di nuovo, non si capisce come anche questo possa essere indizio di una cospirazione, comunque sia le gambe di Bauman sono state mutilate sotto al ginocchio per cui non si capisce perché dovrebbe essere strano che le possa piegare.

La fantasia dei complottisti non risparmia neanche Nicole Gross, ritratta in un'iconica foto a terra con lo sguardo perso nel vuoto avanti a sé. Secondo i complottisti i danni riportati dalla donna secondo i media, come una frattura a una caviglia, una lesione del tendine d'Achille e due fratture alla braccia, sarebbero fasulli, in quando Nicole nella foto appare secondo loro perfettamente sana e in grado di reagire.


I complottisti a tal proposito ignorano che sicuramente la Gross si è trovata nell'onda d'urto dell'esplosione perché nella foto si trova seduta su del sangue non suo (verosimilmente di Bauman), ha gli abiti strappati (sia i pantaloni, sia le maniche della felpa) e almeno una delle due scarpe le è stata sfilata dalla caduta. Quindi sicuramente la donna ha riportato delle ferite, e se fosse stata un'attrice parte di una cospirazione si sarebbe tenuta a distanza dall'esplosione. Inoltre anche in questo caso, in rete si trovano facilmente molte foto di Nicole Gross all'ospedale dopo l'attentato e di nuovo medici e infermieri dovrebbero essere parte della cospirazione. In ultimo, guardando proprio la foto su cui si accaniscono i complottisti si vede chiaramente che la donna ha numerose ferite alle gambe.

Come nel caso dell'11/9 anche analizzando le teorie del complotto sull'attentato di Boston non ci si trova davanti a nessun valido motivo per credere al false flag. Infatti questa breve analisi conferma che le teorie del complotto riguardanti gli attentati di Boston sono frutto di teorie preconcette basate nella migliore delle ipotesi su estrema superficialità.

2017/09/26

An interview with Robert O'Neill: the Navy SEAL who killed Osama bin Laden

by Hammer. An Italian translation is available here.

On the night between 1-2 May 2011, Osama bin Laden was killed by a special team of the Navy SEALs in the compound at Abbottabad, in Pakistan, where he had been hiding for years. Robert O'Neill is the man who fired the killing shot during that mission. Since 2013, he has given his account many times in interviews, in documentaries and in his autobiography The Operator (Amazon), published in April 2017.

O'Neill accepted our request to grant us an interview, which we now offer to our readers.

We would like to thank O'Neill for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: Hi Rob, first of all thanks for the time you are giving us. You got a chance to see Osama bin Laden alive for a brief moment, did anything in particular strike you of him as a person?

Robert O’Neill: I was surprised by how tall he was and I was surprised how short his beard was and that it was gray. He was skinny too.


Undicisettembre: How was this mission different from the others you were involved in?

Robert O’Neill: Just because we were going into Pakistan and we didn’t clear with Pakistan, a sovereign nation, even though we told the Pakistani government “If we find him, we are going to go get him”, it was very unique because if they saw us coming they could have defended themselves by trying to shoot down our helicopter. So it was very, very different.

Other that that it was pretty routine, we knew what we were going to do and we just did our jobs.


Undicisettembre: What can you tell us about the aerodynamic problems faced by the helicopter that crashed on the ground while you guys were approaching the compound?

Robert O’Neill: I’m not sure what it was because I’m not a pilot but what the pilot did tell me was that the weather was a few degrees Celsius warmer than we thought and because the wall was made of stone and mud there was some reaction with the updraft and he knew he needed to land it or it would have crashed.

It did crash, but it was a controlled crash.


Undicisettembre: What are your thoughts about the decision not to show pictures of Osama bin Laden dead?

Robert O’Neill: I think it was a good decision, because they are very graphic. They just wanted to tell people “take the word for it”. I do think they eventually will release them and it will probably be for political reasons; I mean, the pictures exist and they are somewhere in Washington D.C.

But I think it was a good decision not to show them, it was a good decision to bury him at sea and it was a good decision to tear the house down.


Undicisettembre: I get your point, but this is raising a lot of controversy because some people say that he was not killed there because they are not showing the pictures.

Robert O’Neill: Well, it is one of those things where I have a difficult time trying to defend it, because I can understand why they say that, but I saw that happen. So when I hear people trying to tell me it’s not real I don’t think they are very serious because everybody there risked their lives, everybody there said “goodbye” to their children, everyone there pretty much knew we were going to die.

We all did it, we all went, we did it right, we brought him back, so when someone behind a keyboard decides they know more that we do I don’t take it very seriously.


Undicisettembre: Even if you already answered part of my next question, I’m going to ask it anyway. What do you think about the decision to bury him at sea within a few hours?

Robert O’Neill: It’s a great decision because whether they like it or not it stands with Muslim beliefs that you must bury him within the next 24 hours. We knew if we killed him that was going to happen anyway.

It’s a great decision. I didn’t personally bury him at sea, we handed him off to another unit who took him out to that ship. It was a good idea.


Undicisettembre: Has this mission given you a new insight into being a Navy SEAL?

Robert O’Neill: Well, everybody there had many, many years of experience and it wasn’t even the hardest mission we’ve ever done. We learned from everything we did in Somalia, or Iraq, or Pakistan, or Afghanistan, so it was a pretty standard thing and it didn’t teach us anything new.


Undicisettembre: What can you tell us about the wife bin Laden used to cover himself with? It’s crazy to me that he was covering himself with a little girl.

Robert O’Neill: I’ve seen that before with a lot of high value al Qaeda. They say you should be a martyr but when it comes down to it they turn into cowards. Her name is Amal. There are parts in The Operator where we quote some of the stuff that she said when she was interviewed by the Pakistanis, and her account is the same as my account.


Undicisettembre: I have a question about your book also. It’s very strange that the number of the SEAL Team you were in is redacted. I mean, it very well known it was Team 6. It has been known for six years and now they are redacting it, to me it doesn’t add up. What are your thoughts about it?

Robert O’Neill: The Pentagon was very good to me. They took the book, there wasn’t anything classified in it and they were very generous, I think they felt the need to redact something. So they took that number out, playing along I don’t say the name of it anymore but we all can figure out when I say “SEAL Team 2, SEAL Team 4, SEAL Team ‘blank’.”

It’s fine, they redacted it, I respect what they did. It is what it is.


Undicisettembre: What do you think of the probable Saudi responsibilities in 9/11? Do you have an opinion on this?

Robert O’Neill: Well, 15 of the 19 hijackers were from Saudi Arabia. And the core beliefs of al Qaeda, Isis, al Shabbab and other groups are based on radical theories on Wahabi, Salafi version of Sunni Islam that has come out of Mecca. So I wouldn’t say so much that the Saudi Royal family is involved, but I know there are oil rich Saudis who fund it. We have to admit the truth that the problem comes from places like Saudi Arabia and Qatar. It is from there, that’s who they are.


Undicisettembre: You said and wrote that at the very beginning of the planning of the Abbottabad mission there were three options: involving the Pakistanis, bombing the compound and a mission by special forces. What do you think of the decision of going with a special force? I’m asking this because now Russia is saying they killed al Baghdadi but we are not sure because they bombed him.

Robert O’Neill: Yes, Russia said they killed al Baghdadi by them, but actually who knows? I think when president Obama told us about bin Laden after we were finished he said “I was not 100% sure bin Laden was there but I was 100% sure your team could go in.”

Imagine if we bombed him! I shot him in the face after seeing him man to man and there are still conspiracy theories, imagine if we bombed him and said “Yes, we got him!”. It would be all over the place. So, it was a great call to use a special force.


Undicisettembre: How does the Abbottabad mission affect your everyday life?

Robert O’Neill: Well, a lot of the reason why I came out with the story is to help families of 9/11 victims that tell me every single day it helps them to sleep better at night; so it’s worth just to help them in the healing process.

It definitely changed my life, but that’s that.

Intervista a Robert O'Neill, il Navy SEAL che uccise Osama bin Laden

di Hammer. L'originale in inglese è disponibile qui.

Nella notte tra l'1 e il 2 maggio del 2011 Osama bin Laden fu ucciso da una squadra speciale dei Navy SEALs nel compound di Abbottabad, in Pakistan, in cui viveva nascosto da anni. Robert O'Neill è l'uomo che durante quella missione sparò il colpo mortale al terrorista saudita; dal 2013 ha raccontato varie volte la propria storia in interviste, documentari e nella sua autobiografia intitolata The Operator, pubblicata nell'aprile del 2017 e di prossima uscita in italiano (Feltrinelli).

O'Neill ha accettato la nostra richiesta di rilasciarci un'intervista, che offriamo di seguito ai nostri lettori.

Ringraziamo O'Neill per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ciao Rob, anzitutto grazie del tempo che ci stai dedicando. Hai avuto un’occasione di vedere Osama bin Laden vivo per un momento, ti ha colpito qualcosa in particolare di lui come persona?

Robert O’Neill: Fui sorpreso da quanto fosse alto e fui sorpreso da quanto fosse corta la sua barba e del fatto che fosse grigia. Era anche magro.


Undicisettembre: Cosa aveva di diverso questa missione rispetto alle altre a cui hai partecipato?

Robert O’Neill: Solo per il fatto che stavamo entrando in Pakistan e che non avevamo preso accordi con il Pakistan, una nazione sovrana, anche se avevamo detto al governo pakistano “Se lo troviamo, lo prendiamo”, è stata una missione molto particolare, perché se ci avessero visto arrivare avrebbero potuto difendersi cercando di abbattere il nostro elicottero. Quindi è stata molto, molto diversa.

A parte questo era piuttosto routinaria, sapevamo cosa dovevamo fare e abbiamo semplicemente fatto il nostro lavoro.


Undicisettembre: Cosa puoi dirci dei problemi aerodinamici occorsi all’elicottero che si è schiantato al suolo mentre vi avvicinavate al compound?

Robert O’Neill: Non so con precisione cosa sia successo, perché non sono un pilota, ma ciò che il pilota mi disse era che le condizioni meteo erano di qualche grado Celsius più calde di quanto ci aspettassimo e siccome il muro era fatto di pietra e fango c'è stata una reazione con la corrente ascensionale e lui sapeva che era necessario far atterrare l'elicottero o si sarebbe schiantato.

Effettivamente si è schiantato, ma è stato uno schianto controllato.


Undicisettembre: Cosa pensi della decisione di non mostrare foto di Osama bin Laden morto?

Robert O’Neill: Credo che sia stata una buona decisione, perché sono molto impressionanti. Hanno semplicemente voluto dire alla gente “Credeteci sulla parola”. Penso che prima o poi verranno pubblicate e avverrà probabilmente per motivi politici; voglio dire, le foto esistono e sono da qualche parte a Washington.

Ma penso che sia stata una buona decisione non mostrarle, che sia stata una buona decisione seppellirlo in mare e che sia stata una buona decisione demolire la casa.


Undicisettembre: Capisco il tuo punto di vista, ma questo genera molte polemiche perché qualcuno dice che non è stato ucciso lì perché non mostrano le foto.

Robert O’Neill: Beh, è una di quelle cose che ho difficoltà a giustificare, perché posso capire perché lo dicono, ma io l'ho visto succedere. Quindi quando sento gente che cerca di dirmi che non è vero, non la prendo molto seriamente, perché lì tutti noi abbiamo rischiato la nostra vita, tutti abbiamo salutato i nostri figli, tutti pensavamo che saremmo morti.

Lo abbiamo fatto insieme, tutti siamo andati, lo abbiamo fatto bene, l'abbiamo riportato indietro, quindi quando qualcuno che si nasconde dietro una tastiera decide che ne sa più di noi non lo prendo molto seriamente.


Undicisettembre: Anche se in parte hai già risposto alla mia prossima domanda, te la faccio lo stesso. Cosa pensi della decisione di seppellirlo in mare nel giro di poche ore?

Robert O’Neill: È stata un'ottima decisione, perché che piaccia loro o no è coerente con il credo islamico secondo cui avremmo dovuto seppellirlo nelle successive 24 ore. Sapevamo che se l'avessimo ucciso sarebbe andata così in qualunque caso.

È stata un'ottima decisione. Non l'ho seppellito in mare personalmente io, l'abbiamo affidato a un'altra unità che l'ha portato su quella nave. È stata una buona idea.


Undicisettembre: Questa missione ti ha dato una nuova visione dell’essere un Navy SEAL?

Robert O’Neill: Beh, tutti lì avevano molti, molti anni di esperienza e non è stata nemmeno la missione più difficile che abbiamo compiuto. Abbiamo imparato da tutto ciò che abbiamo fatto in Somalia, o in Iraq, o in Pakistan, o in Afghanistan, quindi è stata una cosa piuttosto standard e non ci ha insegnato nulla di nuovo.


Undicisettembre: Cosa ci puoi dire della moglie che bin Laden ha usato come scudo? Trovo pazzesco che si coprisse con una ragazzina.

Robert O’Neill: L'avevo già visto fare da altre persone di alto livello di al Qaeda. Dicono che bisogna essere martiri, ma quando succede a loro si trasformano in codardi. Il suo nome è Amal. Ci sono dei brani in The Operator dove citiamo alcune delle cose che ha detto quando è stata intervistata dai pakistani, il suo racconto è uguale al mio.


Undicisettembre: Ho anche una domanda sul tuo libro. È molto strano che il numero della squadra a cui appartenevi sia stato censurato. Voglio dire, è ben noto che si trattava del SEAL Team 6. È noto da 6 anni e adesso lo censurano, per me non ha senso. Cosa ne pensi?

Robert O’Neill: Il Pentagono con me si è comportato molto bene. Hanno preso il libro, non conteneva nulla di riservato e sono stati molto generosi. Credo che abbiano sentito la necessità di censurare qualcosa. Quindi hanno tolto il numero della squadra, e adeguandomi alla loro decisione non lo dico più nemmeno io, ma tutti lo possono immaginare quando dico “SEAL Team 2, SEAL Team 4, SEAL Team ‘omissis’”.

Va bene così, l'hanno tolto, rispetto ciò che hanno fatto. Le cose stanno così.


Undicisettembre: Cosa pensi delle probabili responsabilità saudite nell’11/9? Hai un’opinione in proposito?

Robert O’Neill: Beh, 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. E le credenze principali di al Qaeda, dell'Isis, di al Shabbab e di altri gruppi sono basate su teorie radicali del wahabismo, la versione salafita dell'Islam sunnita, che arriva dalla Mecca. Quindi non direi tanto che la famiglia reale saudita è coinvolta, ma so che ci sono dei sauditi, arricchiti con il petrolio, che lo finanziano. Dobbiamo ammettere la verità che il problema viene da posti come l'Arabia Saudita e il Qatar. Viene da lì, loro sono così.


Undicisettembre: Hai detto e scritto che nelle primissime fasi della pianificazione della missione di Abbottabad c’erano tre opzioni: coinvolgere il Pakistan, bombardare il compound e usare una squadra delle forze speciali. Cosa pensi della decisione di usare le forze speciali? Te lo chiedo perché adesso la Russia dice di aver ucciso al Baghdadi, ma non ne abbiamo la certezza perché lo hanno bombardato.

Robert O’Neill: Sì, la Russia dice di aver ucciso al Baghdadi, ma in realtà chi lo sa? Mi sembra che il presidente Obama ci abbia detto quando avevamo completato la missione “Non ero sicuro al 100% che bin Laden fosse lì ma ero sicuro al 100% che la vostra squadra avrebbe potuto entrare.”

Immaginati se l'avessimo bombardato! Gli ho sparato in faccia dopo averlo visto uomo a uomo e ancora ci sono le teorie del complotto; immaginati se l'avessimo bombardato e se avessimo detto “Sì, l'abbiamo preso!” Ci sarebbe una polemica enorme. Quindi credo che sia stata una buona idea usare delle forze speciali.


Undicisettembre: La missione di Abbottabad come condiziona la tua vita quotidiana?

Robert O’Neill: Beh, gran parte del motivo per cui sono uscito pubblicamente con questa storia è per aiutare le famiglie delle vittime dell’11/9, che mi dicono ogni giorno che li aiuta a dormire meglio la notte; quindi ne vale la pena anche solo per essere parte del processo di guarigione.

Sicuramente ha cambiato la mia vita, ma questo è tutto.

2017/09/10

World Trade Center: an interview with National Guard Captain Christopher Daniels

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre today offers its readers the account of Christopher Daniels, Captain of the National Guard, who on the morning of 9/11 left his civilian job to join the rescuers. After working at Ground Zero, he was posted to Iraq in the military and for this reason his words are highly valuable in understanding the aspects of the consequences of 9/11.

We wish to thank Christopher Daniels for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: What do you remember about 9/11 generally speaking? What do you recall about that day?

Christopher Daniels: Maybe I should give you a little background of what the National Guard is in the United States. In the United States we have the active army which serves all year long wearing military uniforms and that’s the only job that they have. And then we have the National Guard and the Reserves and they are part time soldiers and you have another job and you get called out in events like an emergency or a war such as in Iraq for an extended period of time but it’s a cost effective way of keeping soldiers even if they are not as trained as much as the active army.

I’m in the National Guard and my unit was stationed in New York City on 26th street and Lexington Avenue, just north of the Towers. I worked at a French company called Fimat, my office was in Rockefeller Plaza which is uptown. Normally I had meetings in the National Guard on Tuesday nights, so on Tuesdays of the weeks I used to drive to work so I could go to the meeting and then drive home; I would park my car in the armory which is 26th street but on that day there was a show, they rented the armory for a show. The armory is a huge building, a whole city block, so people might rent it for fashion shows or commercial purposes. So I couldn’t park my car in the armory on that day. Traffic was for some reason unusually bad and normally I used to drive in and go to the gym to work out and shower before going to work. I got to the gym just with enough time to shower but not to exercise, so I had to go right to work. I got to work, I was frustrated because I was late and my phone ringed and it was a coworker in Chicago and she said to me “Hey, a plane just hit the Twin Towers.” I responded “I don’t give a shit!” and hung up. Planes hit buildings all the time in New York City, small planes, it’s nothing to get alarmed about pre-9/11.

So I flipped on my internet and saw the news and said “Wow! It’s pretty scary!” because I saw the size of the plane and the smoke. And then the second plane hit and then the entire city was into panic and understood that there was something wrong. My car was parked two blocks from my office, I ran to my car and started driving downtown to my armory. As I was driving I watched the first tower fall; at that time I didn’t know what I was watching because you only saw the dust kick up and you couldn’t understand what exactly was happening, but it was the first tower falling. I couldn’t understand the first building was now on the ground because of the smoke.

I got to the armory that was pretty close to Ground Zero. People were walking up and the cloud of smoke was coming forward. I was a captain that was an O3. First in charge of the National Guard was a major who was an O4. By the time I got there, some soldiers had shown up they said “Captain, what do we do?” I said “Open the armory up.” I gave them ammunition and I put them on the four corners of the building and at the front and back doors. I said “You have to guard the building from a further attack.” because no one knew what was going to happen. So the major walked out and said “What are you doing? You are panicking.” I said “I don’t think I’m panicking, we have to secure the building.” He says “No, no. Chris, get these guys out, get the weapons off the streets.” I thought to myself “Maybe I am panicking. Maybe I’m taking this too far.” In my life nothing of this extent had ever happened. Then he went to his office, where he had a TV, and the second tower fell, so he came out white as a ghost and said to me “Chris, put the guards back out now!” This was the signal in my mind that something terrible was really happening.

Soldiers started showing up at the armory [pictured below] on their own without being called, they wore uniforms and getting trucks ready. I called to Long Island, which was about 45 minutes drive, to get more trucks, that’s where the main post was. I said “Bring every truck back to the city”


Prior to this, in 2000 we had the concern of the Millennium Bug and we, New York State and the National Guard, had a plan that if the computers crashed and the whole world goes panicking we are all going to meet at the end of Long Island and stage there with all our vehicles. So on 9/11 I was moving vehicles from Long Island to New York City and assembling troops into trucks and to Ground Zero. One of my drivers said “Sir, where do I go?” I said “Where do you go?! Asshole! You go where the buildings are! Don’t you see the smoke?!” He says “What do we do” I said “Help out anyway you can” My phone ringed and it was a Colonel, who’s higher than a Major, who controls Westhampton Airbase and Southampton which is about two hours away, and the Colonel told me “Captain, give me a situation update. Tell me what’s going on in New York City.” I said “Well Sir, we are sending soldiers to Ground Zero trying to assist in any way we can with wounded people, that’s our first priority.” He said “No, you have to stop doing that right away. We are acting the Y2K plan and you have to send all your vehicles to Westhampton Air Base right now.” I said “Colonel, how many dead bodies do you have in Westhampton right now?” He said “None.” I said “So what do you need my vehicles for in Westhampton?” He said “I don’t know, that’s the plan.” I said “I’ll tell you what. Don’t call me ever fucking again on this phone. My vehicles are not reporting to Westhampton. Go fuck yourself!” and I hung up and continued with the mission. I never heard from that guy again. It was chaos in the whole city.

As I said we had a show in the armory so we could not assemble out troops and react to the incident. The show normally takes two days to set up and two days to tear down. After hearing what happened they tore the entire show down within three hours and we set bunks to triage wounded people.

Everyone in the city was pulling together to try to do something, but nobody knew what to do, nobody was in charge at this point. My battalion commander, who is a Colonel, a O5, showed up and he said “What’s the situation?” I told him what we were doing and he said “Keep doing what you are doing. Me and Major Obregon, the O4, are going down there to assess the situation and we’ll call you back and tell you what we need down there.” So I was at the armory in charge of everything that was moving down and my Battalion Commander was going down to assess the situation. Then I got a call from a Full Colonel, who’s a O6 and was in Buffalo, and he said to me “What’s the situation and what are you doing?” I told him “Colonel Slack is at Ground Zero, I’m sending troops down there, I’m sending all the vehicles to further assist in the response we need.” He said “Captain, you are not authorized to assist civil authorities in any shape or form, how are you going to pay these soldiers? Send them all home now and stop doing what you are doing.” I said “Sir, I don’t think you understand the situation here in the City right now. I don’t think it’s about the pay.” He said “You have my direct orders.” I said “Roger, sir.” and I hung the phone on him and my colleague next to me said “What about it?” I said “Don’t worry about it, keep doing what you are doing.” And we kept going down to Ground Zero.

Colonel Slack came back that night and said “It’s mass chaos, the police are not in charge, fire department is not in charge, no one is in charge right now.” and he said “We are going to march down there tomorrow morning and we’ll encircle Ground Zero with the National Guard. First thing we are going to provide perimeter security to show the city that we have hold of the situation.”

So the next morning we marched down there and we secured the entire perimeter around Ground Zero. That was when we got involved in the bucket brigade, we did rooftop searches for body parts. At this point in time there were a lot of people coming to us from Battery Park where they lived and said “Hey, I have to get to my apartment because I have a dog or a pet.” we told them “We can’t take you to your apartment because we don’t know if the ground is safe, we don’t know if more buildings are going to collapse.” So we went in the buildings and pulled dogs and cats out and brought them to people.

Then as it got safer and we started letting people in buildings and we said “You have thirty minutes to get your essential belongings and get out.” And we did it for days to get at least their essentials out before they could finally get back their apartments for more permanent stay.

I remember in the first couple of days you saw this pile and you thought to yourself “There must be some one alive, we are going to find somebody.” So we were digging, digging and digging. We were there for a week straight and then we had a day off, and during the day off the top of the pile was taken down and when I come back the next day I could see the whole field and I just couldn’t believe it. It’s like being on a soccer field and being in one net, turning around and seeing the entire size of the field. It was massive, that was the moment when I realized there must have been thousands of dead people.


Undicisettembre: How long did you stay at Ground Zero after 9/11?

Christopher Daniels: I’ve been there from September 12th to December. Not full time, I went home on a day here and a day there.


Undicisettembre: What do you remember about that long period you stayed there? Did anything in particular strike you?

Christopher Daniels: The smell. The smell was unbelievable. I still have it in my nose to this day, it never leaves you. Smell of burnt flesh, rubber, electronics.


Undicisettembre: How did 9/11 affect the National Guard and your way of working?

Christopher Daniels: Before 9/11, it was July or August, with the same O4 Major I told you about we were having summer training and he said to me “Hey Chris, you need to have your equipment repaired as soon as possible.” I said “I cannot go this week, I’ll go next week. Besides, we are never going to go to war unless the Chinese are marching in downtown Brooklyn, so who’s kidding who, there’s no rush to have this stuff fixed.” I remember talking to him in November, after 9/11, and saying to him “The Chinese have just marched to Brooklyn.”

I’m still in the National Guard now, I joined in 1986. I joined for a hobby and for a pay for my education. Up to 2001 it was a hobby, it was something I enjoyed, you run through the woods, you have a gun, you are with a bunch of men, it’s very macho. It was fun. From 9/11 on it was real, 9/11 made it real. It changed for us all.

We had to go to Ground Zero and defend New York City for a couple of months and then go back to training, and training became much tougher. No one knew Iraq, no one knew Afghanistan, we just knew we were going somewhere.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Christopher Daniels: Well, the military isn’t paid that well as my civilian job. So I was in Ground Zero for three months, then I did defense of New York City for three more months guarding bridges and tunnels, then I got back to work and I got activated in April 2003 and I returned home in November 2005. In that time frame there was a big difference in my salary. I’m not complaining about it but I had the financial impact that took some time to recover. There is also the family impact that took me almost the same amount of time to recover: my son was born in April 2001 and I pretty much left home in September 2001 and got back home in November 2005. And when you are back from a war you don’t just walk to the door and say “Mom, I’m home, what’s for dinner?” It takes some time emotionally and I’m still dealing with some physical issues, I am constantly coughing. I have problems going up and down the stairs. There are some physical elements that people have after Ground Zero and going to Iraq. It’s something I’m probably going to fight for the rest of my life.


Undicisettembre: Since you also mentioned Iraq, I also would like to know what you recall about that period you spent there.

Christopher Daniels: Many people have questioned why we went to Iraq. There are a few reasons that I can tell you. You have to think back: what was the mood of our country? The United Stated had Pearl Harbor in 1941 and it was very easy to declare war on Japan. We had 9/11 and it was very easy to declare war on somebody, but who? We had bin Laden who claimed he did it, but he’s not a country. He’s a person with a small group. In 1941 we declared war on Japan, we mobilized the country, we invaded and the country was behind it. But 9/11 was like parking your car for a cup of coffee and you come back out and your taillight is busted; you are very angry but who do you yell at? That’s similar to the mood of 9/11. The country wanted action. We had bin Laden as the main man to blame but it wasn’t enough, and also the United States felt threatened from many angles: North Korea, Russia, Libya. So, Iraq was a foe of the United States, one time it was a friend, and one of the reasons Saddam Hussein, whom we defeated in the first Gulf War, stayed in power was he said he had weapons of mass destruction. And he also had issues with his own country, he used nerve gas on his own people in Iraq. So in order to keep his people suppressed he had to put fear in their hearts; and to do this and to keep his generals behind him he convinced them he had weapons of mass destruction even if he didn’t. He lied to his own people to scare them, not to scare the United States, he didn’t give a shit about the United States until that time. He didn’t care.

So if you have a criminal who has shot somebody with a gun and goes to jail, then when he comes out he says “Listen, I have a gun in my pocket, you can’t see it but I’m going to pull it out and shoot you if you don’t run away.” you are going to run away because it’s believable. So the moment when the United States made the decision to go to Iraq was when there was the belief there were no tricks, it was Saddam Hussein who pulled the tricks. So we were afraid he might use the weapons of mass destruction or sell them to bin Laden: that’s how the invasion happened.

Now everyone can say for a fact that invading Iraq and taking out Saddam Hussein was a mistake, because now the country has been unsettled. Saddam Hussein was an evil dictator but he kept the entire country in line so that they didn’t fight each other. In twenty years from now we can probably judge if it was the right thing or the wrong thing to do, we just don’t know. Right now it looks like it was the wrong thing to do based on the outcome that’s happening now. And the time the United States entered to Iraq, the military was not well equipped, we had no upper armor on our Humvees, we had no vest for our bodies, but we took out the Iraqi army very quickly. And we thought “Hey, this is easy, peace is declared, everything’s good, the Iraqis love us, this is going to be no problems”. And then the insurgency started and that’s when I got into Iraq. I crossed the Kuwaiti border on the same Humvee that I drove in the summer of 2001 and that I drove to Ground Zero and it had no armor at all, just a soft door. That’s unheard of today, but that’s what we had.


We first went into Baghdad and they said “We need your battalion to go to an area called Taji, where the United States Army never went into, we just bypassed it. There is an insurgency there, we have to go reinvade it and secure it.” We went there and we spent there three months, we finally secured it but we didn’t find out why it was so difficult. Taji was the first town in the outskirt of Fallujah, we got there just before the second battle of Fallujah so anyone who was an insurgent and wanted to fight the Americans in Fallujah went to Taji and fought us. We suffered a lot of casualties there, my entire battalion went with 650 soldiers, we had 19 killed and we had over 100 wounded.


Undicisettembre: How do you think Iraq is now? Better or worse than 2003?

Christopher Daniels: At the present time it’s worse. But I don’t know the answer to the final story. In three years from now if the Sunnis and the Shias and the Kurds can finally get along, secure the country and form a coalition government it might have been worth the pain.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Christopher Daniels: No way. It’s impossible. Say you go out with your friends and your girlfriend doesn’t come, you see a beautiful woman across the bar and you go kiss her, then you tell your friends “Don’t tell anyone.” Do you think all your friends are going to keep that secret? One of them is going to tell his girlfriend and this is going to be known.

No one has been able to provide any hard fact whatsoever that it was an inside job.

Was there some intelligence report saying the attack was arriving? Yes, probably. But if the intelligence community tells you there are going to be ten attacks in Washington DC that never materialize, you can’t act on all of the intelligence. There’s a rumor that Franklin Delano Roosevelt knew the Japanese were going to attack Pearl Harbor, but did he believe it? Who would have believed that 9/11 could have actually happened?

If anyone had told you in August 2001 “Listen, you news reporter, in the first half of September two planes are going to crash into the Twin Towers.” Would you have bought a plane ticket to come to the US based on the best internet story?

If a guy from Saudi Arabia was coming in the States today and we get intelligence report that he’s a terrorist and we arrested him at the airport, what would happen next? That we are racist, that we’ve got the wrong guy, that he’s friendly, he hasn’t done anything wrong to us, his rights are being violated. It’s not that easy to prevent an attack.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Christopher Daniels: Well, I don’t like tall buildings anymore. I still fly. But I’m slowly getting past all that, it’s tough looking out of the window and seeing the new tower, I don’t think I’ll ever be going to that tower.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Christopher Daniels: I don’t believe that necessarily we regained our standing in the World yet, but that’s from the inside looking out. But as far as, “do we live in fear?” I don’t think most of the Americans are living in fear. First, we are used to it now especially in New York, there was a pipe bomb some months ago, we are getting used to threats and apparent danger. Second, law enforcement in the United States have been very quick to respond and they captured these people before they got out of hand. If you look at events like the Boston bomber, this guy set up a bomb in the middle of the crowd and within days men were after him and he was captured. If you look at the pipe bomber in New York City and New Jersey the guy was captured within days. You cannot prevent a bombing from happening but it’s giving comfort to the people that these guys are being caught.

So people think we are safer, more attacks are coming but people are used to see army soldiers with machine-guns protecting them; before 9/11 it would have been very scary to see.

World Trade Center: intervista al capitano della Guardia Nazionale Christopher Daniels

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza del Capitano della Guardia Nazionale Christopher Daniels che la mattina dell'11/9 lasciò il suo lavoro civile per unirsi ai soccorritori. Dopo essere intervenuto a Ground Zero, Daniels fu anche inviato come militare in Iraq e anche per questo la sua testimonianza è molto preziosa per conoscere gli aspetti delle conseguenze dell'11/9.

Ringraziamo Christopher Daniels per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto di ciò che ti è successo l’11/9? Cosa ricordi di quel giorno in generale?

Christopher Daniels: Forse dovrei darti un po' di contesto su cos'è la Guardia Nazionale negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti abbiamo l'esercito effettivo che è in servizio tutto l'anno e che indossa le uniformi militari e quello è l'unico lavoro che ha. E poi abbiamo la Guardia Nazionale e i Riservisti?, che sono soldati part-time che hanno un altro lavoro e vengono chiamati in caso di emergenza o di guerra come quella in Iraq per un periodo di tempo più lungo, ma è un modo economico di mantenere dei soldati anche se non sono qualificati come quelli dell'esercito effettivo.

Sono nella Guardia Nazionale e la mia unità aveva sede a New York all'incrocio della ventiseiesima strada e Lexington Avenue, appena a nord delle Torri. Lavoravo per una società francese chiamata Fimat, il mio ufficio era a Rockefeller Plaza che è ad uptown. Di solito avevamo le riunioni alla Guardia Nazionale il martedì sera, quindi il martedì andavo al lavoro in macchina in modo da poter andare alla riunione e poi tornare a casa in macchina; parcheggiavo la mia auto nell'armeria che è sulla ventiseiesima strada, ma in quel giorno c'era uno spettacolo, avevano affittato l'armeria per uno spettacolo. L'armeria è un palazzo enorme, un intero quartiere di città, quindi le persone potevano prenderlo in affitto per spettacoli di moda o per scopi commerciali. Quindi quel giorno non potei parcheggiare la mia macchina all'armeria. Per qualche motivo il traffico era più intenso del solito e di norma arrivavo in macchina e andavo in palestra per allenarmi e per fare la doccia prima di andare al lavoro. Arrivai in palestra con solo il tempo necessario per fare la doccia ma non per allenarmi, quindi dovetti andare direttamente al lavoro. Arrivai al lavoro ed ero frustrato perché ero in ritardo e il mio telefono squillò ed era una collega di Chicago che mi disse “Ehi, un aereo ha appena colpito le Torri Gemelle”. Risposi “Non me ne frega un cazzo!” e misi giù il telefono. Degli aerei colpivano i palazzi continuamente a New York, piccoli aerei, non era nulla di cui preoccuparsi prima dell’11/9.

Quindi accesi la mia connessione internet e vidi le notizie e dissi “Wow! E’ spaventoso!” perché vidi la dimensione dell'aereo e il fumo. E poi il secondo aereo colpi e l'intera città andò nel panico e capì che c'era qualcosa che non andava. La mia macchina era parcheggiata a due isolati dal mio ufficio, corsi fino alla macchina e iniziai a guidare verso downtown per andare all’armeria. Mentre guidavo vidi la prima torre cadere; in quel momento non sapevo cosa stavo guardando perché si vedeva solo la polvere che si alzava e non si capiva esattamente cosa stesse succedendo, ma era la prima torre che crollava. Non potei capire che il primo edificio era raso al suolo per via del fumo.

Arrivai all'armeria che era piuttosto vicino a Ground Zero. Le persone camminavano verso nord e la nuvola di fumo stava venendo avanti. Io ero un capitano che era un O3 [uno dei gradi della Guardia Nazionale, N.d.T.]. Il primo in comando nella Guardia Nazionale era un maggiore che era un O4. Quando arrivai c'erano già alcuni soldati che si erano presentati e dissero “Capitano, cosa facciamo?” dissi “Aprite l'armeria”. Diedi loro delle munizioni e li misi ai quattro angoli dell'edificio e alla porta d'ingresso e a quella sul retro. Dissi “Dovete proteggere l'edificio da un altro attacco.” perché nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Quindi il maggiore venne verso di me e mi disse “Cosa stai facendo? Stai andando nel panico.” Dissi “Non credo di stare andando nel panico, dobbiamo metterle l’edificio in sicurezza.” Mi disse “No, no. Chris, porta via questi ragazzi, tieni le armi lontane dalle strade.” Pensai “Forse sto andando nel panico. Forse sto esagerando.” Nella mia vita non mi era mai successo qualcosa di così grande. Quindi tornò nel suo ufficio dove aveva un televisore e la seconda torre crollò, quindi tornò fuori bianco come un fantasma e mi disse “Chris, rimetti fuori le guardie subito!” Nella mia mente quello era il segnale che qualcosa di terribile stava succedendo.

I soldati cominciavano ad arrivare all'armeria spontaneamente senza essere chiamati, indossavano le uniformi e preparavano i camion. Chiamai Long Island, che era a circa 45 minuti di automobile, per avere altri camion, era lì che c'era la nostra postazione principale. Dissi “Portate ogni camion in città.”


Prima di allora, nel 2000 avevamo la preoccupazione del Millennium Bug e noi, lo Stato di New York e la Guardia Nazionale, avevamo un piano che se i computer fossero andati in crash e tutto il mondo fosse andato nel panico ci saremmo tutti radunati all'estremità di Long Island e ci saremmo raccolti lì con i nostri veicoli. Quindi l’11/9 io stavo spostando i veicoli da Long Island a New York e raccoglievo le truppe in camion e le mandavo verso Ground Zero. Uno dei miei guidatori disse “Signore, dove devo andare?” Gli dissi “Dove devi andare?! Coglione! Vai dove sono i palazzi! Non vedi il fumo?” Mi disse “Cosa dobbiamo fare?” gli dissi “Aiuta in ogni modo possibile”. Il mio telefono suonò ed era un tenente colonnello, che è più alto di grado del maggiore, che comanda la base aerea di Westhampton e Southampton a circa due ore di distanza, e il tenente colonnello mi disse “Capitano, dimmi com'è la situazione. Dimmi cosa sta succedendo a New York.” Gli dissi “Signore, sto mandando dei soldati a Ground Zero per cercare di aiutare in ogni modo possibile le persone ferite, questa è la nostra prima priorità.” Mi disse “No, devi smettere immediatamente di farlo. Dobbiamo attuare il piano Y2K e quindi devi mandare tutti i tuoi veicoli alla stazione aerea di Westhampton adesso.” Gli dissi “Colonnello, quanti cadaveri a Westhampton avete adesso?” mi disse “Nessuno.” Gli dissi “Quindi perché ha bisogno dei miei veicoli a Westhampton?” Mi disse “Non lo so, questo è il piano.” Gli dissi “Le spiego una cosa, non mi chiami più su questo telefono, cazzo. I miei veicoli non andranno a Westhampton. Vada affanculo!”. Chiusi la comunicazione e continuai con la missione. Non ho mai più parlato con lui. C'era il caos in tutta la città.

Come ho detto, c’era uno spettacolo all'armeria e quindi non potevamo radunare le nostre truppe e reagire all’incidente. Lo spettacolo di norma richiede due giorni per essere allestito e due giorni per essere smontato. Dopo aver sentito cos'era successo smontarono l'intero spettacolo in tre ore e potemmo allestire dei lettini per classificare i feriti.

Tutti nella città si riunivano per cercare di fare qualcosa, ma nessuno sapeva cosa fare, nessuno era al comando in quel momento. Il comandante del mio battaglione, che è un tenente colonnello, un O5, arrivò e disse “Com'è la situazione?”. Gli dissi cosa stavamo facendo e mi disse “Continua a fare ciò che stai facendo. Io e il maggiore Obregon, l’O4, andiamo a valutare la situazione e ti richiameremo per dirti cosa abbiamo bisogno lì.” Quindi io ero all'armeria al> comando di tutto ciò che andava verso sud e il mio comandante di battaglione stava andando giù a valutare la situazione. A quel punto ricevetti una telefonata da un colonnello, che è un O6 e che era a Buffalo, che mi disse “Qual è la situazione? Cosa state facendo?” gli dissi “Il Colonnello Slack è a Ground Zero, sto mandando le truppe là, sto mandando tutti i veicoli per dare maggiore assistenza.” Mi disse “Capitano, non sei autorizzato ad assistere le autorità civili in alcun modo, come pensi di poter pagare questi soldati? Mandali a casa subito e smetti di fare ciò che stai facendo.” Gli dissi “Signore, non credo che lei capisca la situazione nella città adesso. Non è questione di paga.” Mi disse “Hai i miei diretti ordini.” Gli dissi “Ricevuto, signore.” misi giù il telefono e il collega che era accanto a me mi disse “Cosa facciamo?” Gli dissi “Non preoccuparti, continua a fare quello che stai facendo.” E continuammo ad andare verso Ground Zero.

Il Colonnello Slack tornò quella sera e mi disse “E’ un caos totale, la polizia non è al comando, i pompieri non sono al comando, nessuno è al comando in questo momento.” e mi disse “Domani andremo lì e circonderemo Ground Zero con la Guardia Nazionale. Per prima cosa dovremmo fare sicurezza perimetrale per mostrare a tutta la città che abbiamo il controllo della situazione.”

Così la mattina dopo andammo là a mettere in sicurezza l'intero perimetro attorno a Ground Zero. Fu allora che venimmo coinvolti nella brigata del secchio, ricercammo sui tetti parti di cadaveri. A quel punto c'era molta gente che arrivava da Battery Park perché viveva lì e diceva “Hey, devo andare nel mio appartamento perché ho un animale o un cane” e noi dicemmo loro “Non possiamo lasciarti andare nel tuo appartamento perché non sappiamo se il terreno è sicuro, non sappiamo se altri palazzi stanno per crollare.” Quindi andammo in quei palazzi e portammo fuori i cani e gatti e li portammo alle persone.

Poi quando divenne più sicuro cominciammo a lasciare entrare le persone nei palazzi e dicevamo loro “Hai trenta minuti per prendere le tue cose essenziali e uscire.” E lo facemmo per giorni per lasciare almeno che prendessero le cose più importanti prima che potessero finalmente tornare nei loro appartamenti definitivamente.

Ricordo che per i primi giorni vedevamo questa pila e pensavamo “Ci dev'essere qualcuno vivo, troveremo qualcuno.” Quindi scavammo, scavammo e scavammo. Rimanemmo lì per una settimana di fila e poi avemmo un giorno libero, e durante il giorno libero la pila fu sgomberata e quando tornai il giorno seguente potei vedere l'intero campo e non potei crederci. È come essere in un campo da calcio ed essere dentro a una porta, girarsi e vedere l'intera dimensione del campo. Era enorme, fu in quel momento che capii che ci dovevano essere migliaia di cadaveri.


Undicisettembre: Quanto tempo sei rimasto a Ground Zero dopo l’11/9?

Christopher Daniels: Sono stato lì dal 12/9 fino a dicembre. Non a tempo pieno, sono andato a casa un giorno qui e un giorno lì.


Undicisettembre: Cosa ricordi di quel lungo periodo che hai trascorso lì? Qualcosa in particolare ti ha colpito?

Christopher Daniels: La puzza. La puzza era incredibile. Ce l'ho ancora nel naso oggi, non ti lascia mai. Puzza di carne bruciata, gomma, materiale elettronico.


Undicisettembre: L’11/9 come ha cambiato la Guardia Nazionale e il vostro modo di lavorare?

Christopher Daniels: Prima dell’11/9, in luglio o agosto, con lo stesso maggiore O4 di cui ti ho già parlato stavamo facendo la preparazione estiva e mi disse “Hey, Chris, devi fare riparare il tuo equipaggiamento prima possibile.” Gli dissi “Questa settimana non posso andare, ci andrò la prossima settimana. Inoltre, non andremo in guerra a meno che i cinesi invadano Brooklyn, non prendiamoci in giro, non c'è fretta di avere questo materiale riparato.” Ricordo di avergli parlato a novembre, dopo l’11/9, e di avergli detto “I cinesi hanno appena invaso Brooklyn.”

Sono ancora nella Guardia Nazionale oggi, ci sono entrato nel 1986. Ci sono entrato per hobby e per potermi pagare gli studi. Fino al 2001 era un hobby, era qualcosa che mi divertiva, correvi nei boschi, avevi un'arma, stavi con un gruppo, era molto macho. Era molto divertente. Dall’11/9 diventò vero, l’11/9 lo rese vero. Cambiò per tutti noi.

Dovemmo andare a Ground Zero e difendere la città di New York per un paio di mesi e poi tornare alle esercitazioni, e le esercitazioni divennero molto più dure. Nessuno conosceva l'Iraq, nessuno conosceva l'Afghanistan, sapevamo solo che saremmo andati da qualche parte.


Undicisettembre: Quanto ti ci è voluto per tornare alla normalità?

Christopher Daniels: Beh, il servizio militare non è pagato bene come il mio lavoro civile. Io rimasi a Ground Zero per tre mesi, quindi partecipai alla difesa della città di New York per altri tre mesi difendendo ponti e tunnel, quindi tornai al lavoro e fui richiamato nell'aprile del 2003 e tornai a casa nel novembre del 2005. In quel lasso di tempo ci fu una gran differenza nel mio salario. Non mi sto lamentando, ma subii un impatto economico che richiese tempo per essere recuperato. Ci fu anche un impatto familiare che mi richiese circa la stessa quantità di tempo per essere recuperato: mio figlio nacque nell’aprile del 2001 e io più o meno lasciai casa settembre 2001 e tornai a novembre del 2005. E quando torni dalla guerra non entri semplicemente dalla porta e dici “Mamma, sono tornato, cosa c'è per cena?” Ci vuole tempo emotivamente e tuttora ne porto le conseguenze fisiche, tossisco continuamente. Ho problemi a salire e scendere le scale. Ci sono conseguenze fisiche che le persone hanno dopo essere state a Ground Zero e in Iraq. Probabilmente è qualcosa che dovrò combattere per il resto della mia vita.


Undicisettembre: Siccome hai menzionato l’Iraq ti vorrei chiedere anche cosa ricordi del periodo che hai trascorso là.

Christopher Daniels: Molte persone hanno messo in discussione perché siamo andati in Iraq. Ci sono alcune ragioni che ti posso spiegare. Devi pensare: qual era l'umore della nazione? Gli Stati Uniti ebbero Pearl Harbor nel 1941 e fu molto facile dichiarare guerra al Giappone. Abbiamo avuto l’11/9 e fu molto facile dichiarare guerra a qualcuno, ma a chi? Avevamo bin Laden che aveva ammesso di averlo fatto, ma lui non è una nazione. È una persona con un piccolo gruppo. Nel 1941 dichiarammo guerra al Giappone, la nazione si mobilitò, l'invademmo e la nazione lo sostenne. Ma l’11/9 fu come parcheggiare la macchina per andare a bere una tazzina di caffè e quando torni trovare la tua luce posteriore dell'auto danneggiata; sei molto arrabbiato ma contro chi urli? Questo era simile all'umore dell’11 settembre. La nazione voleva azione. Avevamo bin Laden come uomo principale da incolpare, ma non era sufficiente, e inoltre gli Stati Uniti si sentivano minacciati da diversi punti: la Corea del Nord, la Russia, la Libia. Quindi, l'Iraq era un nemico degli Stati Uniti, una volta era un alleato, e uno dei motivi per cui Saddam Hussein, che avevamo sconfitto nella prima Guerra del Golfo, rimase al potere era che disse di avere armi di distruzione di massa. E lui aveva anche problemi con la sua stessa nazione, aveva usato del gas nervino sul suo stesso popolo in Iraq. Quindi per poter tenere sottomesso il suo popolo dovette instillare la paura nei loro cuori, e per fare questo e per mantenere i suoi generali al suo comando li convinse di avere armi di distruzione di massa anche se non le aveva. Mentì al suo popolo per spaventarli, non per spaventare gli Stati Uniti, non gliene fregava un cazzo degli Stati Uniti a quel tempo. Non gliene importava.

Quindi se tu hai un criminale che ha sparato a qualcuno con una pistola e va in galera, poi esce e dice “Ehi, ascolta, ho una pistola in tasca, non puoi vederla ma la tirerò fuori e ti sparerò se non scappi.” scapperai perché è credibile. Quindi il momento in cui gli Stati Uniti presero la decisione di invadere l'Iraq fu quando ritennero che non ci fossero trucchi. Fu Saddam Hussein a fare scherzi. Noi avevamo paura che avrebbe potuto usare le sue armi di distruzione di massa o venderle a bin Laden: è così che iniziò l'invasione.

Ora tutti possono dire che che effettivamente invadere l'Iraq e togliere Saddam Hussein fu un errore, perché adesso la nazione è stata destabilizzata. Saddam Hussein era un dittatore malvagio ma teneva l'intera nazione in ordine in modo che non si combattessero tra di loro. Tra vent'anni forse potremo giudicare se fu la cosa giusta o sbagliata da fare, semplicemente adesso non lo sappiamo. Ora sembra che sia stata la cosa sbagliata da fare in base al risultato che vediamo adesso. E quando gli Stati Uniti invasero l'Iraq, i militari non erano ben equipaggiati, non avevamo nessuna protezione superiore sui nostri Humvee, non avevamo giubbetti per i nostri corpi, ma sconfiggemmo l'esercito iracheno molto velocemente. E pensammo “Ehi, questo è facile, è stata dichiarata la pace, va tutto bene, gli iracheni ci amano, non avremo problemi.” E poi iniziarono le insurrezioni e fu allora che io andai in Iraq. Attraversai il confine con il Kuwait sullo stesso Humvee che avevo guidato nell'estate del 2001, e che guidai fino a Ground Zero e che non aveva alcuna blindatura, solo una portiera normale. Sarebbe inaudito oggi, ma al tempo avevamo questo.


Come prima cosa andammo a Baghdad e ci dissero “Abbiamo bisogno che il vostro battaglione vada in un’area chiamata Taji, dove gli Stati Uniti non sono mai stati, l'abbiamo saltata. Lì c'è un'insurrezione e dobbiamo reinvaderla e metterla in sicurezza.” Ci andammo e ci passammo tre mesi, alla fine la mettemmo in sicurezza ma non capimmo perché fosse stato così difficile. Taji era la prima città nei dintorni di Falluja, arrivammo lì appena prima della seconda battaglia di Falluja e quindi chiunque fosse un insurrezionista e volesse combattere contro gli americani a Falluja poteva andare a Tajii e combattere contro di noi. Subimmo molte perdite lì, il mio intero battaglione ci andò con 650 soldati, perdemmo 19 vite e avemmo oltre 100 feriti.


Undicisettembre: Come pensi che sia l’Iraq oggi? Meglio o peggio che nel 2003?

Christopher Daniels: Attualmente è peggio. Ma non so ancora la risposta finale. Se fra tre anni i sunniti e gli sciiti e curdi finalmente riusciranno a mettersi d'accordo, mettere la nazione in sicurezza e formare una coalizione governativa, potrebbe esserne valsa la pena.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 è stato un inside job?

Christopher Daniels: Assolutamente no. È impossibile. Ammettiamo che esci con i tuoi amici e la tua ragazza non ci viene, vedi una donna bellissima al bar e vai a baciarla, quindi dici ai tuoi amici “Non ditelo a nessuno.” Pensi che tutti i tuoi amici terranno il segreto? Uno di loro lo dirà alla sua ragazza e il fatto sarà noto.

Nessuno è stato in grado di portare fatti concreti a sostegno dell'idea che sia stato un inside job.

C'è stato qualche rapporto dell'intelligence che diceva che un attacco era in arrivo? Sì, probabilmente. Ma se la comunità dell'intelligence ti dice che ci saranno 10 attentati a Washington che non si manifestano mai, non puoi reagire a tutta l'intelligence. Si racconta che Franklin Delano Roosevelt sapesse che i giapponesi avrebbero attaccato Pearl Harbor, ma ci credette? Chi avrebbe potuto credere che l’11/9 si sarebbe effettivamente verificato?

Se qualcuno ti avesse detto nell'agosto 2001 “Senti, tu giornalista, nella prima metà di settembre due aerei si schianteranno contro le Torri Gemelle.” Avresti comprato un biglietto aereo per venire negli Stati Uniti sulla base della migliore storia che hai letto su internet?

Se uno dall'Arabia Saudita venisse negli Stati Uniti oggi e avessimo una comunicazione dall’intelligence che si tratta di un terrorista e lo arrestassimo all'aeroporto, cosa accadrebbe poi? Che siamo razzisti, che abbiamo preso la persona sbagliata, che è un amico, che non ha fatto niente di male, che stiamo violando i suoi diritti. Non è semplice prevenire un attacco.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Christopher Daniels: Beh, non mi piacciono più i palazzi alti. Prendo ancora gli aerei. Ma sto lentamente superando tutto, è difficile guardare fuori dalla finestra e vedere la nuova torre, non credo che andrò mai su quella torre.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o pensi che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

Christopher Daniels: Non credo che necessariamente abbiamo riconquistato la nostra posizione mondiale ancora, ma questo è dall'interno guardando fuori. Ma riguardo a “viviamo nella paura?” non penso che la maggior parte degli americani viva nella paura. Primo, ci siamo abituati, specialmente a New York, c'era un tubo-bomba qualche mese fa, ci stiamo abituando alle minacce e al pericolo visibile. Secondo, le forze dell'ordine negli Stati Uniti sono state molto veloci a rispondere e hanno catturato queste persone prima che potessero fuggire. Se consideri gli eventi come l’attentato di Boston, quell'uomo ha messo una bomba in mezzo alla folla ed entro pochi giorni lo stavano braccando e fu catturato. Se consideri l’attentatore di New York e New Jersey che ha messo il tubo-bomba, quell'uomo è stato catturato nel giro di pochi giorni. Non puoi prevenire un attacco con una bomba, ma è confortante per le persone che questi uomini siano stati presi.

Quindi la gente pensa che siamo più sicuri, arriveranno nuovi attacchi ma la gente è abituata a vedere uomini dell'esercito con le mitragliatrici che la proteggono; prima dell’11 settembre sarebbe stato molto spaventoso da vedere.

2017/07/17

World Trade Center: an interview with former U.S. Marshal Matthew Fogg

by Hammer. An Italian translation is available here.

Continuing our commitment to preserve the memory of the events of 9/11, we present the account of Matthew Fogg, who took part in the rescue operations at Ground Zero after the collapse of the Twin Towers.

We wish to thank Matthew Fogg for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: What do you recall about 9/11, generally speaking? What happened to you on that day?

Matthew Fogg: I went to New York on the night before, on September 10th, because with my fiancée we wanted to visit some relatives. We were staying in a hotel about thirty blocks up the street from the Towers, near to the fire station that lost most firefighters. That morning I happened to see on the television that one of the buildings had been struck by an airplane, I said “Wow, let me go outside and take a look and see what is going on.” I went outside and there were people pointing at the building and looking out you could see the smoke coming out of the top of the building, we were assuming a plane had crashed into the building but no one knew more than that. I watched for a while and then went back inside, and in a short period of time another plane arrived and hit the other building.

I was off duty at that time, I thought to myself “Wow, can two planes hit buildings like that? The navigation system must be off or something.” We were watching the news, the CNN I think it was, and questions started arriving about whether this was a terrorist attack or a natural phenomenon like somebody making a mistake flying a plane. Both of them were burning, I had no idea that they would have dropped. By that time the fire department that was in the same block we were had already responded.

I went back inside and then the two building collapsed. I realized this was going to be a huge problem. In my training as a U.S. Marshal, I also have been in the S.W.A.T. team, I did emergency rescue operation schools, I took a lot of training on how to go and recover and save people. The ironic was that I was in the middle of a lawsuit with my agency and that’s one of the reasons why I was off at that time. When I saw the buildings collapse I knew there were a lot of people under the debris, especially firefighters, police officers, law enforcement personnel and even civilians; and I knew those people needed some help. There was a side of me that was really dealing with whether or not to go there and get involved because of the lawsuit with my own agency, that was the U.S Marshals, but I had too much experience and training and I thought “If there was ever a time people would need me, this is the time.”

Amazingly enough right across the street from where I was staying there was an army surplus store, I went across the street and I spent around 300 dollars: I bought pants, a shirt, boots, flashlights, gloves and all that stuff because my goal was to go down there and try to help out. I went back upstairs and while putting on all the stuff I bought my fiancée started crying, she was very upset because she thought I was going to my death, my last word before going out were “If I don’t make it back and someone asks you, tell them this is over and beyond the call of duty.” I knew it was going to be pure disaster, I didn’t know everything but I knew it was going to be terrible. We started hearing on the news it was a terrorist attack but we could not get any phone call out; I tried to call home and somebody else, but the phones were not working, I could not get through to anybody. I made one call when the whole thing started to a friend of mine who was at Capitol Hill and he told me they were vacating congressional offices because it was a terrorist attack.

By the time I got to Ground Zero it was late that evening. There was smoke everywhere, rescuers were still trying to pull people out of there. The wreckage was so massive and there was so much smoke and stuff in the air that at a certain point I had a handkerchief over my face just trying to keep all that stuff out. It was very difficult to move around because smoke was coming out, it was crazy.


Undicisettembre: What did you guys do in the next days?

Matthew Fogg: Well, they started getting more organized setting up the command center, trying to direct people where they had to go looking for bodies. I had ropes and equipment and I went to go find pockets underground and call and try to find if anybody was there. I remember one time scared the life out of me, I though I was really dead: we had found this one particular area underground, we called and tie roped us and dug our way under going to that pocket, yelling and tapping and trying to get people responding, we went about one hundred feet underground and someone yelled “The building is falling, get out, get out, get out!” And I remember thinking “Where the heck can I go now?” I just hunkered down right where I was and prayed that the building wouldn’t collapse on me, but I thought I was dead. It was the most horrifying feeling you can ever have for you: you are stuck underground and someone yells “Get out, get out, the building is falling.” The building didn’t fall, thank God, I plumbed out and we just continued searching.

I winded up on CNN, they called us to talk about it, what equipment we used, how we were communicating with other officers, all the techniques we were using, tapping on metal and this kind of stuff.

We ended up pulling out one firefighter but he was dead. Some other firefighters and myself found this guy and tried to get him out of the rubble but by the time we got him out he was dead, so we covered him up. There’s a picture of me with another guy bringing the body down the hill, it was published in the People magazine.


Undicisettembre: How long did you stay at Ground Zero after 9/11?

Matthew Fogg: About five days.


Undicisettembre: During those five days did anything in particular strike you? Anything unexpected?

Matthew Fogg: There were a couple of places that seemed like they remained burning, where they couldn’t put the fire out. Maybe because of an underground gas line leak. Other than that, there were a lot of people coming to the location.

I didn’t even realize the need for the mask and the chemical agents that were in the air until later, when one of the doctors told me “Try to wear your mask all the time.” and that was one or two days later, I was wearing it a lot but there were times I pulled it off thinking “If you don’t see the smoke or the debris, you are okay.” but there was particles and stuff in the air. The medical team did interviews with anybody so that if anything happened to you they had a record of it.


Undicisettembre: A lot of people also mentioned the stench. Stench of burnt flesh and electronics and rubber. Do you agree?

Matthew Fogg: Yes, there would be moments when you could smell a combination of a lot of things. Odd smells, mixed smells.


Undicisettembre: Did you ever go back to Ground Zero?

Matthew Fogg: No, I haven’t been back yet.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Matthew Fogg: It didn’t take me long because I had been fighting the U.S Marshals in a major lawsuit for race discrimination, we just had a class certified that goes all the way back to 1994. So my life was a constant battle, a conflict. I have been in a lot of operations, I have never seen anything so huge as 9/11 in terms of destruction, but I have seen many personal things that made me say “This is just another side of life.”


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Matthew Fogg: Well, I’ve heard about it and it’s hard to believe that our government would do something like that, but again I’ve see governments lie and being dishonest, I’ve seen stuff where we can go awry and power becomes corrupt. I don’t put anything passed. So to me it’s possible this have occurred.

So when people say “It was an inside job” I would say “Give me more evidence”, but maybe it happened. I don’t know. I was not inside the investigation enough to say what happened. That’s why they have juries: juries have to look at all the evidence and somebody have to come with an outcome. The official version makes sense, but the juries have to look at all the evidence and see which they believe most. I just think I don’t have enough information to say it was al-Qaeda or that it was not al-Qaeda.


Undicisettembre: How did 9/11 affect the everyday work of U.S. Marshals?

Matthew Fogg: I think it affected the Marshal Service, but at the time I was fighting them and I was on an injury leave, so I was still getting payed and all that. But I think that for all security agencies 9/11 heightened out security awareness and the knowledge that these massive operations can occur and that there’s always a way our system can be compromised. So before 9/11 all agencies wanted to keep their stuff for themselves, like when I was heavily involved in tracking fugitives and running all across the country; after 9/11 agencies started saying “we have to put this information together because you might know something that I don’t know and if we had brought that information together we could have stopped 9/11.” So, let’s talk now, let’s communicate more, let’s share.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Matthew Fogg: Well, it was a while before they recognized me as a 9/11 responder. I am black, there were other black agents, but when you see who the awards are going to you see that there weren’t many of our faces in the early stages. After 9/11 I got my recognition 8 or 9 years after. But I did what I had to do, I put my life on the line.

All the lawsuits I’m involved with for discrimination effected me, my career, anybody who is person of color. As I say, I wasn’t concerned about the bad guys, but about the guys who were behind me. So 9/11 hasn’t changed my life in terms of what I observed and what I saw.


Undicisettembre: What do you think as the US as a nation, even considering the new president you have?

Matthew Fogg: We have the new President Trump who took over after President Obama and I think President Obama did a fantastic job making this country secure again. We didn’t have any major incident, other than the shootings that we have and we’ll always have as long as you have guns in the streets, but other than that we had no major incidents. He took us out of two wars. Being at war makes us feel insecure, so getting out of those wars make us more comfortable and secure.

Trump is using a lot of terminology according to which we should be afraid like “We got to be strong, we got to build our military.” and this is making people afraid and asking “Are you looking to go to war? Why do we always have to live with this fear? We are doing well.” The economy is now growing, our sales are back on track, Wall Street is going well. So the fear of the immigrants and someone else coming in this country has been heightened because of the language and these bans on Muslims. He’s bringing a lot of fear in the country especially from people who fit this description, like Muslims or Mexicans, and what I am a little concerned about is “How do we balance that act?” To me we have to remain secure but not scare the heck out of everybody else.